IdT – Les idées du théâtre


 

Prologue

El Pedante

Belo, Francesco

Éditeur scientifique : De Luca, Emanuele

Description

Auteur du paratexteBelo, Francesco

Auteur de la pièceBelo, Francesco

Titre de la pièceEl Pedante

Titre du paratextePrologo

Genre du textePrologue

Genre de la pièceComédie

Date1538

LangueItalien

ÉditionRoma : Valerio Dorico e Luigi Bresciani, 1538, in-8°. (Lien vers l’édition numérisée bientôt disponible)

Éditeur scientifiqueDe Luca, Emanuele

Nombre de pages4

Adresse sourcehttp://www.opal.unito.it/psixsite/Teatro%20italiano%20del%20XVI%20e%20XVII%20secolo/Elenco%20opere/image35a.pdf

Fichier TEIhttp://www.idt.paris-sorbonne.fr/tei/Belo-Pedante-Prologue.xml

Fichier HTMLhttp://www.idt.paris-sorbonne.fr/html/Belo-Pedante-Prologue.html

Fichier ODThttp://www.idt.paris-sorbonne.fr/odt/Belo-Pedante-Prologue.odt

Mise à jour2013-01-20

Mots-clés

Mots-clés français

GenreComédie (commedia nuova)

Personnage(s)Le pédant

ScenographieReprésentation de la ville de Rome

ReprésentationPublic

FinalitéSatire

ExpressionProse ; langue vulgaire / latin

ActualitéPédant ; procurateurs

Mots-clés italiens

GenereCommedia (commedia nuova)

Personaggio(i)Il pedante

ScenografiaRappresentazione della città di Roma

RappresentazionePubblico

FinalitàSatira

EspressioneProsa ; volgare / latino

AttualitàPedante ; procuratori

Mots-clés espagnols

GéneroComedia (commedia nuova)

Personaje(s)El pedante

EscenografiaRepresentación de la ciudad de Roma

RepresentaciónPúblico

FinalidadSátira

ExpresiónProsa ; lengua vulgar / latin

ActualidadPedante ; procuradores

Présentation

Présentation en français

D’origine romaine, faisant partie de l’entourage de la famille noble des Orsini, Francesco Belo est l’un des dramaturges participant à l’épanouissement de la comédie au XVIe siècle. De sa production dramatique, il nous reste deux comédies : Le Bouseux (Roma : Blado, 1538) et Le Pédant. Cette dernière fut publiée par les frères Bresciani, à Rome, en 1538, mais elle avait connu une édition en 1529 dont aucun exemplaire ne nous est parvenu1. La comédie est une satire du pédant, figure typique du XVIe siècle, qui fait sa première apparition au théâtre dans l’œuvre de Belo avant de réapparaître dans le Maréchal (1533) de l’Arétin, et de devenir un personnage populaire, au cours du siècle, dans un grand nombre de comédies telles que Le Chandelier (1583) de Giordano Bruno et La Servante (1592) de Giovanni Battista Della Porta. L’unique et faible intrigue de la pièce porte sur l’histoire d’amour classique entre deux jeunes amoureux, Curzio et Livia, combattue par le pédant Prudenzio2. Ce dernier réussit à la fin à épouser la jeune amoureuse, bouleversant la structure normale de la comédie de la Renaissance d’inspiration latine, qui prônait, au contraire, l’aboutissement du mariage des jeunes amoureux en dépit des vieux ou des personnages négatifs. Dans ce sens et dans la structure « aperta » (ouverte) de la comédie, ainsi que la définit Giulio Ferroni3, la satire du pédant se confond avec une « moquerie » de la structure de la comédie classique et du code comique de la Renaissance.

Suivant un modèle déjà bien codifié, l’auteur s’adresse directement au public dans le prologue, adoptant le ton de l’invective. Il nous renvoie en même temps l’image d’un parterre chaotique et indiscipliné. L’orateur fait l’annonce de la comédie qui va suivre et souligne qu’il s’agit d’une « commedia nuova » (comédie nouvelle), c’est-à-dire écrite en « volgare » (langue vulgaire)4 et non en latin. Cela montre la nécessité éprouvée par l’auteur non seulement de justifier son propre choix linguistique à un moment clé de la renaissance de la comédie en Italie – n’oublions pas que la première édition de la pièce remonterait à 1529 et que nous sommes seulement à quelques années de la parution des œuvres d’Arioste et de Bibbiena –, mais aussi de défendre ce choix dans le contexte romain, où la question de l’usage du latin ou bien du « volgare » est certainement plus discutée qu’ailleurs. L’option de Belo est justifiée dans le prologue par la volonté de plaire au plus grand nombre (« compiacere ai più »), au moment où est lancée une attaque contre le latin mal pratiqué par les pédants, boiteux et inutile, qui prend à son tour l’allure d’une position nettement anti-courtoise de l’auteur. Renoncer au latin ne veut pas dire, cependant, avoir recours au « toscano », mais au langage courtisan pratiqué à Rome au XVIe siècle, plus en accord certainement avec l’espace où se déroule l’action : la capitale des États pontificaux.

Présentation en italien

Romano di origine, vicino alla famiglia degli Orsini, Belo fu partecipe della grande stagione della commedia cinquecentesca. Della sua produzione drammaturgica restano le due opere: El Beco (Roma : Blado, 1538) e El Pedante. Di quest’ultima, ci è giunta l’edizione per i fratelli Bresciani di Roma (1538), mentre restano incerte le notizie relative a un’edizione anteriore del 1529, di cui non resta esemplare5. La commedia è una satira sul pedante, figura tipica del panorama cinquecentesco, che appare per la prima volta nella commedia di Belo per ricomparire successivamente nel Marescalco (1533) dell’Aretino, e divenire popolare in un gran numero di commedie cinquecentesche fino al Candelaio (1583) di Giordano Bruno e alla Fantesca (1592) di Giovanni Battista Della Porta. L’unico labile motivo di intreccio della commedia prende in conto la classica storia d’amore tra i due giovani Curzio e Livia, contrastato dal pedante Prudenzio6. Quest’ultimo riuscirà infine a sposare la giovine amata, sconvolgendo la normale struttura della commedia rinascimentale di derivazione latina che vedeva il raggiungimento del matrimonio dei due giovani a discapito dei vecchi o dei personaggi negativi. In questo senso, nella struttura « aperta » della commedia, come la definisce Ferroni7, la satira al pedante si confonde con lo sberleffo alla struttura della commedia classica e alla ben disegnata commedia rinascimentale. ; Secondo un modello già abbastanza codificato, nel prologo l’autore si indirizza direttamente al pubblico, giocando sui toni dell’invettiva e dandoci allo stesso tempo l’immagine riflessa di una platea caotica e indisciplinata. Il prologante annuncia la commedia che sarà rappresentata sottolineando che si tratta di una « commedia nuova », ovvero di una commedia scritta in volgare e non in latino. Ciò rivela da un lato la necessità da parte dell’autore di dover giustificare la propria scelta linguistica in un momento chiave della rinascita della commedia - non si dimentichi che la prima edizione dell’opera risalirebbe al 1529 e che siamo in fondo a pochi anni dalle opere dell’Ariosto e del Bibiena -, ma anche di difendere la propria scelta in un contesto, quello romano, in cui la questione dell’uso del latino o del volgare è certamente più calda che altrove. La scelta di Belo si giustifica nel prologo come la volontà di « compiacere ai più », nello stesso momento in cui viene sferrato un attacco al latino dei pedanti, sgrammaticato e inutile, che assume a sua volta i tratti di una posizione anticortigiana. La rinuncia al latino non vuol dire tuttavia ricorso al toscano, ma a un romanesco cortigiano del Cinquecento, in chiara posizione antibembesca, ma certamente consono all’ambientazione della commedia: la Roma citata nello stesso prologo.

Texte

Prologo            

SILENZIO, Oh spettatori, che ciccalar8 è questo ? Di grazia, lasciate un po’ questi vostri ragionamenti, e ricordatevi che questo luogo non è Banchi9 ove si tiene il mercato delle usure, e simonie e di stupri ed adulteri. E voi altri lasciate di grazia il motteggiare, il burlare altrui. Bastive10 l’avere ragionato un pezzo ed aver vaghezzato11 a vostro modo. E credo bene che chi vi cercassi ai piedi, vi trovarebbe12 forse altro che sputo. Questi pedanti me intendono meglio ch’io non lo so dire. Che spegner è quello che si fa colà su ? Olà ! Io dico bene a te, si, della uhu ! Vedi ch’io ti chiamarò a nome : che bisogna che tu ti cacci così dietro a colui ? Orsù ! Di grazia, assettatevi13 il meglio che voi possete14, se non che si spegneranno i lumi, e poi farete le commedie alla muta. Odi, odi quel vizioso che dice con quell’altro diavolo : - Fa’ che si spenghino15, ché me vorria16 mettere intorno a queste donne e levargli quelle gioie e quei pendenti17. - Ma tu non sai che vi potresti lasciar i tuoi18 ? E se tu non sei savio, tu sarai balzato peggio che non è quel buffon da bastonate dell’asino. Odi quell’altro che dice : - Costui è un gran bravo. - Son bravo per certo quando bisogna, come ora. E non guardate ch’io sia giovane, ché ne ho date molte più di punte, come più pericolosi colpi degli altri, che non n’ho rillevate19. E forse che qualcuno ch’è qui ne può essere buon testimonio : ch’io non fo20 come fan molti che portono la spada per fare il crudele coi servitori e con le donne, e stan sulle brusche cere21, sul tagliar dei mostacci22 e brusciar delle porte e il far de’ Trentuni. Ma dove diavolo mi sono io lasciato trasportar dalla collera ? Perdonatemi, colui ne è stato cagione23. Di che ragionavo io ? Ah si, pregavo questi giovani, e così vi priego voi {NP2}che desiderio avete di odire e intendere le cose del nostro Belo, che state cheti24, e che allargate ed aprite bene il buco degli orecchi acciò25 che vi entri il senso de questa nostra commedia : ché, si come voi sète26 capaci e buoni retentori delle altre materie che non vi si abbi ad imputare a pecoraggine27 il non aver tenuto bene a mente questa e massime non vi si facendo, per ora, altro argomento ; ben che mi rendo di certo che voi non farete vergogna né a voi né al vostro precettore, avendovi egli, si come è il dover, fatta una buona memoria locale. Questi più attempati so che non bisogna ch’io le advertisca, ché, sì come persone ripiene e di senno e di discrezione, benché si dica ch’ella è morta, taceranno.

Queste altre donne son certo che, per esser savie28 ed avendo sentito riprender voi, si accheteranno29, di sorte che pareranno mutole30, ancor che elle in simili luoghi il più delle fiate31, parlino più coi gesti che con la bocca e fanno intendere a cenni tali che non ha né occhi né lingua. Ma pur che voi non parliate io non mi curo del resto. Pur io vi veggio32, mercé della vostra buona natura, tutte modeste e savie, e son certo che starete in ordine con vostro sommo piacere, aprendoci ben su l’occhio per ricevere il nerbo, o il verbo substenziale33 per dire meglio, dei nostri ragionamenti. Ma avvertite di grazia di non pigliar a riverso34 il cotale, cioè il parlar nostro, come solete far qualche volta, per giuoco, con chi pare a voi, ché io me ne adirarei35, benché voi non sète sole, ch’oltre ai giovani, buona parte di questi attempati vi tengono compagnia e più quelli che nelle infelici corti, rifugio di affamati e ricetto d’ignoranti, si allevano36. La commedia è nuova... Ecco ch’io sento già sollevati i mormoratori che non possono star più cheti : Diavolo crepagli ! Che avete ? Che vi manca ? Di che borbottate ? Perché ho detto « nuova » e che volevino forse ch’io vi dicessi « vecchia »? Dio me ne guardi ch’io presenti alle Signorie Vostre cose che vi facessino stomacare37. O non sapete voi che {NP3} le cose vecchie vengono in fastidio e sanno di vieto38 ? E, che sia il vero, adimandatene39 a questi giovani, che come se le dice « l’è una vecchia », l’abborriscono, e vi sputano su come che se avessino40 preso l’assenzio : oltre che le fugono, le biasmano, le vituperano e chiamanole41 streghe, maliarde42, ruffiane, dispettose, ammazzapulce, riempiture del mondo e simile altre novelle (e secondo me non dicono la bugia). Il medesimo fanno queste altre giovani delicate che, come se li parla de qualche vecchio, tu le vedi quasi venir meno dall’angoscia; e tanto più quanto si imbattono in certi aguzzi, saputi, inferruzzati43, con le barbe e capelli coloriti, che gli par loro di esser il gallo della contrada, e non si accorgeno44 che pute45 loro il fiato o che han gli occhi guasti e di continuo gli colano e, quando sputano, fan certe gongole46 che verrebbono47 a schifo ai frati e sempre hanno uno starnuto e una scorreggia in ordine. Ed elle son savie48 a fuggirgli, altrettanto ne farei io. Sì che, per questo, ve ho ditto49 ch’ella è nuova, per ciò che tutte le cose nuove piacciono e diletto[no]50 ad ognuno. State adunque cheti ed advertite a non far cosa per la qual io ne abbi da far chiavare51 qualcuno di voi a mal modo in una prigione. La commedia si chiama El Pedante quale è persona che, con le lettere in mano, defenderà le ragioni sue. Né avete da pigliarve52 fastidio perché ella sia volgare, essendosi fatto a buon fine e per compiacer ai più. Ma, se l’autore avesse pensato che per farla latina vi fosse stata più accetta, egli si sarebbe ingegnato, se non in tutto, almeno in parte, di contentarvi ; e, se pur egli acciò non fossi stato buono, si arebbe53 fatto aiutare dal suo pedante. E se i latini non fossino54 stati tali quali le Signorie Vostre avessino55 meritato, sarebbono56 stati almeno come sonno57 quelli di questi affumati58 procuratori che parlono peggio di un tedesco quando si sforza di parlar italiano, ché il maggior piacere che potessino59 avere sarebbe che si abrusciassi60 e Diomede61 e Prisciano62 coi quali di continuo stanno in briga63 ; {NP4} e, pur che li venghi64 ben fatto, non si tengono a coscienza, sotto le paci e le pigierie, rompergli il capo e farli il peggio che possono65. Questa città è Roma. So che tutti la cognoscete. E perché questi recitanti han ditto a questi musici che sonnino66, io me ne andarò67. E voi state cheti.