IdT – Les idées du théâtre


 

Prologue

Gli Amorosi inganni

Belando, Vincenzo

Éditeur scientifique : Spanu Fremder, Silvia

Description

Auteur du paratexteBelando, Vincenzo

Auteur de la pièceBelando, Vincenzo

Titre de la pièceGli Amorosi inganni

Titre du paratextePrologo

Genre du textePrologue

Genre de la pièceCommedia

Date1609

LangueItalien

ÉditionParigi, David Gillio, 1609, in-12°. (Numérisation en cours)

Éditeur scientifiqueSpanu Fremder, Silvia

Nombre de pages12

Adresse source

Fichier TEIhttp://www.idt.paris-sorbonne.fr/tei/Belando-AmorosiInganniPrologue.xml

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Fichier ODThttp://www.idt.paris-sorbonne.fr/odt/Belando-AmorosiInganniPrologue.odt

Mise à jour2013-01-20

Mots-clés

Mots-clés français

GenreComédie

SujetInventé

DramaturgieAbandon des règles aristotéliciennes

LieuParis

RéceptionPeur des critiques des pédants

ExpressionDialectes ; plurilinguisme

Relations professionnellesAmitié avec Philippe Desportes

AutreAuteur comparé aux figures tutélaires de la littérature et de la poésie anciennes et modernes

Mots-clés italiens

GenereCommedia

ArgomentoInventato

DrammaturgiaAbbandono delle regole aristoteliche

LuogoParigi

RicezionePaura delle critiche dei pedanti

EspressioneDialetti ; plurilinguismo

Rapporti professionaliAmicizia con Philippe Desportes

AltriAutore paragonato alle figure tutelari della letteratura e della poesia antiche e moderne

Mots-clés espagnols

GéneroComedia

TemaInventado

DramaturgiaAbandono de las reglas aristotélicas

LugarParís

RecepciónTemor ante las críticas de los pedantes

ExpresiónDialectos ; plurilingüismo

Relaciones profesionalesAmistad con Philippe Desportes

OtrasAutor comparado con las figuras tutelares de la literatura y de la poesía antiguas y modernas

Présentation

Présentation en français

Le prologue est le dernier des six textes liminaires que Vincenzo Belando insère avant ses Amorosi inganni, comédie entièrement dialoguée publiée en 1609. Comme dans la dédicace à Gabriel de Guénégaud1, dans ce prologue, l’auteur choisit de professer son ignorance, de se définir comme un « poète balourd », un bouffon « qui sait à peine lire », de faire preuve d’une excessive fausse modestie, dans un registre purement rhétorique. Suivant le topos littéraire de la descente du bouffon dans l’outre-tombe, Cataldo Siciliano – pseudonyme de Belando – entreprend un voyage onirique vers un Paradis dantesque revisité. Accompagné par les figures allégoriques de l’Audace et de la Présomption, le poète-bouffon arrive au Parnasse, où il rencontre une assemblée de poètes, dont Homère, Virgile, Dante, Lobwasser et Pierre de Ronsard, poète de cour contemporain de l’auteur, qui l’interpellent en s’exprimant tour à tour dans une langue étrangère ou dans un dialecte différents. Le plurilinguisme est un élément fondamental de la dramaturgie de Belando : théorisé dans les autres textes liminaires qui accompagnent la pièce, ce procédé est mis en pratique dans ce prologue. Tous réunis, les illustres poètes invitent ensuite Cataldo à « balayer » parmi les « vestiges » – reliques des modèles littéraires du passé – dans le but d’y trouver l’inspiration et de s’apprêter ainsi à écrire à son tour sa comédie. Celle-ci acquiert alors une sorte de légitimité littéraire que ce comédien avait avant tout poursuivie tout au long de son expérience d’acteur et d’auteur italien émigré en France. Il ne nous reste quasiment aucune trace du parcours artistique et personnel de Belando. C’est pourquoi, comme l’affirme Siro Ferrone, cette pièce en est le seul « témoignage rétrospectif »2.

Présentation en italien

Il prologo è l’ultimo dei sei testi liminari che precedono la commedia de Gli Amorosi inganni, pubblicata nel 1609 da Vincenzo Belando. Come nella dedica a Guénégaud, anche qui l’autore professa la propria ignoranza definendosi poeta « balordo », buffone « che sa appena leggere », optando per la retorica dichiarazione di falsa modestia. Seguendo un topos letterario dell’epoca, per cui il buffone scende nell’oltretomba, anche Cataldo Siciliano – pseudonimo di Vincenzo Belando - intraprende il proprio viaggio onirico in un Paradiso dantesco rivisitato. Accompagnato dalle figure allegoriche dell’Audacia e della Presunzione, il poeta-buffone giunge al Parnaso, dove incontra un consesso di poeti, fra cui Omero, Virgilio, Dante, Lobwasser e Pierre de Ronsard, vate della corte di Francia nel periodo francese di Belando, che si rivolgono all’autore in una lingua straniera o in un dialetto di volta in volta diversi. Il plurilinguismo, elemento fondamentale della drammaturgia di Belando già teorizzato negli altri testi liminari, trova un utilizzo concreto in questo testo. Le voci illustri invitano poi Cataldo a « spazzare » tra le « reliquie » - che rappresentano i modelli del passato -, per trarne ispirazione e accingersi a scrivere la propria commedia. Gli Amorosi inganni acquisiscono così quella legittimità letteraria che l’attore aveva perseguito nell’arco di tutta la propria esperienza teatrale francese. Non ci resta praticamente nessuna traccia della carriera e della vita di Belando. Così questa commedia, per riprendere le parole di Siro Ferrone, ne è forse l’unica « testimonianza retrospettiva »3.

Texte

PROLOGO 

{NP 1}Oh spettatori, voi credevate di vedere qualche Orfeo, qualche Cicerone, qualche Aristotele, o altro tale che vi facesse il prologo o argomento in questa commedia. Questa, a dirlo, non è commedia, ed io, che pensate voi ch’io sia ? Io son Cataldo4, ma non mi conoscete con questa barba posticcia, con quest’abito mentito e falso e con questa favella, venuto qui per dirvi un segno in questa cantafavola5 o conto dell’orco, come dicono i napoletani6, e dirollovi. Questa notte passata avendomi adormito, tanto dal furor {NP 2} baccanale, come raccordandomi della presa de borghi di Parigi7, che come dice il Petrarca « e stracciato ne porto il petto, e i panni »8, che ci lasciorono tre camicie in cinque ch’eravamo ; dove che, levato in spirito, due ore innanzi dì, mi sento destare da una donna con voce altera, dicendomi9: « Olà Cataldo? lievati sù »,  dove io, mezzo pauroso e sbigottito, domandai s’era spirito, o fantasma, dissemi : « Io sono la Presunzione, sorella dell’Audacia, che conoscendoti povero, ti vò cavare10 da codesta miseria ». «  E con che cosa ? », diss’io allora, ed ella:  « Io vò che tu diventi poeta in una notte ». Io li dissi :  « Tu sei la Presunzione, ma hai la maschera della Bugìa, come voi tu far poeta un balordo? un che non sa appena leggere, ancora che dicono i dotti che i poeti nascono ? ». Infine mi fece tante moine,{NP 3}che io mi vi lasciai condurere11, e subito così in camicia com’io ero, mi rappresentò innanzi un cavallo sdosso12 di color verde, con i piedi di porco, l’orecchi d’asino, la coda di topo e l’ale di nottola, e cavalcato pareva l’idolo della Fame. Con la Presunzione in groppa e l’Audacia all’arzone, fecemo in un baleno più di millanta migliaia di milioni di miglia, avendo meco più la paura che la Presunzione, quando eccoci giunti in un grandissimo prato pieno di triboli13, spine, ortiche e stecchi, e accennandomi con il dito un monte tutto sterile dal mezzo in giù, mi dissono14 : «  Ecco là il monte Parnaso, dove tu ti potrai inpoetare », e calato il mostruoso destriero alla riva d’un fosso che circondava tutto il monte come fortezza, la Presunzione se ne sparì. L’Audacia scappatami {NP 4} dall’arzone, m’abbandonò ancor ella, dove che io, confuso sopra la mala guidata bestia, la sprono e sferzo per passare e volare oltre il fosso. Ma inciampando cadde nel mezzo, e attuffatosi dentro, mi piantò, anzi incollò nel tenace fango, e con fatica sviluppatomi passai oltre, lasciando il destriero fitto nel fango, e cominciando ad annettarmi15 con l’erba, la trovai tutta spinosa, che mi causò  sangue senza barbiero16; l’Audacia guatandomi17 si rideva di me, accennandomi pure che io dovesse andar oltre senza paura. Ond’io, avido di spiare più addentro, alzo gli occhi alla cima del monte : ecco apparire la fanciulla di Titone18, che vestita e contesta di rose, d’oro e d’argento, vera messaggera d’Apollo, se ne veniva con passi amorosi per destar’ i mortali all’ope{NP 5}re19. Il caval Pegaso, destatosi e stiracciatosi alquanto, diede molte scosse alle pennute ali, e netrito con una sonora voce, s’inviò verso il fonte, e con l’accorto piede fece uscire mille zampilli della poetica ed immortal acqua, e soffiando il dolce Zefiro annaffiava il glorioso monte d’una amena e dolce rugiada. Ed ecco in un tempo garrire una torma20 di gai ed amorosi uccelli, con concerti così soavi ch’io ebbi d’andar in estasi, talmente che, allettato de quella più che celeste armonia, il desiderio mi spinse innanzi, e non curandomi delle punture delle spine, arrivai ad una siepe, e nascostomi per vedere il fine, eccoti dopo molti luminosi corruschi21, venire il radiante e biondo Apollo, circondato del suo sempre verde alloro, onor d’imperatori e di poeti ; e le no{NP 6}ve sirocchie22 graziose e belle, con sonori instrumenti lo guidavano al suon dolcissimo della sua lira; avendo alla destra il poeta de’ poeti, e filosofo dei filosofi, Omero, non più cieco ma occhiuto con vista lincea23, con tre corone d’ulivo, di palma e d’alloro, che gli adornavano il degno capo ; della sinistra il gran Marone mantovano24, con due corone che gli involtavano le degne chiome ; dietro veniva il non mai appieno lodato Francesco Petrarca, tenendo per la mano l’acuto Dante, il degno Ariosto, l’affettato Boccaccio, il raro Bembo, il molle Ovidio, il principe dell’eloquenza Cicerone, il sottile Archimede immortalità della Sicilia, il lirico Orazio, lo storiografo Tito Livio, ed il mastro di color che sanno25, col suo divino emulo e precettore Platone, e il gran Ronsardo26 o{NP 7}nor della Gallia, e una infinita innumerabil schiera di storici, poeti, filosofi, e teologi ch’io non conoscevo, tutti coronati d’immortalità ; ond’io stupito e fuori di me stesso, voltandomi, sento che l’Audacia mi pungea i fianchi, stimolandomi di penetrar più addentro. Io invaghito arrivo sino alla siepe che faceva muro alle radici del monte, ed ecco appena arrivato che mi salta addosso una ciurma d’affumicati pedanti, e senza dir altro mi levano a cavallo, ed alzatomi la camicia me ne dierono una maneggiata27 con un libro che aveva le foglie di piombo. Io ponendomi a gridare e a piangere, tutta la turba del monte si pose a ridere, dicendo ai pedanti che mi lasciassero. Questi son quei che si vogliono far poeti, ed essendo goffi, son confinati a star nelle siepi raccoglien{NP 8}do, anzi annettando28 gli escrementi poetici. Io dalla paura e dalla vergogna mi volto ingiuriando l’Audacia e la Presunzione che m’avevano abbandonato. I galantuomini mi cominciorno29, dopo d’aversi burlato di me, a dire molte ingiurie; e prima Omero, sfodrando dalla sua Odissea alcuni versi, in collera cominciò a dirmi30:

τί δέ ποτήσον δεύρο ἔλὕης εὔσβες,

ὦΰς μὴ ἐγϰύᾳς ιερόσυλε καί μὴ ιἔρον

ὅρος βεβηλίης ἀπαίδεοτος

Virgilio senza verun rispetto mi lavò il capo senza sapone, e con il suo bel latino, cominciò :  « Stulte, asino, inepte quis te huc adduxit31? ». Eccoti Seneca, che scortomi quasi corbo fra le colombe, appoggiato con ambe le paline32 opra d’Averrois33 suo cittadino, sostenendosi sopra la punta de’{NP 9} piedi, con un orgoglio spagnolesco proruppe : «  Quien es a quel vellaco que hizo venir acà a este Ganapan? »34. Ch’era meglio detto scanna pane. E mettendomi la destra mano per taglio in mezzo il fronte scoprì un poeta non da me conosciuto inbellettato con il pennello del figliuolo di Semele35, che per fama il Lobwasser36, in fine tedesco, coronato più di pazzia che di lauro, che con una voce barbara e austera cominciò ingiuriandomi a dire : « Dasz dich der Teufel hole ! Wer bringt mir den Lumpekerle her ? Pack dich hinweg du Schelm, du Böswicht »37. Dante ancor egli disse : « Oh tu non vedi chi m’ha condotto qui codesto buaccio38? ». Il Bembo non mancando del suo debito cominciò a dirmi nella sua lingua veneziana : « Mo dise un poco chi v’ha menao qua sier castronazzo,{NP 10}can, becco cornuo39? ». Il signor Ronsard, ancor egli disse : « Qui est celui qui m’a amené ici ce coquin? »40. Io conosciutolo cominciai : « Ah signor Ronsard, non mi conoscete quand’io praticavo in casa del signor Filippo Desportes41, abate di Tiro, gloriosa tuba delle muse francesi ? Io son venuto qui spinto dall’Audacia e dalla Presunzione, com’anco per rubare qualche residuo di poesia, datemi almeno qualche ufficiuccio ». Loro accordatosi, mi gettarono una scopa vecchia, dicendomi ch’io non solamente era degno di toccar il luogo, ma anche di remirarlo : « Pure, per averti conosciuto in Parigi, che tu facevi buoni salami per tuo piacere e il comico per tuo diletto, tu spazzerai  - diss’egli - il circuito di questo monte e troverai tra la spazzatura alcune reliquie delle quali{NP 11} tu ti potrai servire ». E fatto comandamento ai pedagoghi di non fastidirmi più, cominciò a spazzare imitando le fantesche, che spazzando cercano rimuscinando con il dito per trovar oro, o argento o danari, ma talvolta s’imbrattano le mani di sterco di cane, di gatto, o d’altro. Al fine intentivo e attentivo, raccoglieva (pareva a me) cercando acquarella che discendendo dal monte strascinava seco un colore, che faceva quasi inchiostro42. E desto, pregno di poesia goffa, con una pennaccia mal tagliata, cominciai questa cantafavola c’ora vi dona il vostro Cataldo, co’l cuore insieme. Si rappresenta a Parigi, dove ha lasciato la roba e la gioventù, e così mendico vi lascerà lo stracco e infelice corpo. Attendete dunque agli Amorosi inganni, che così{NP 12}ha nome questa commedia. E pregando il Cielo che siate ingannati così voi, darò luogo a costei che di costà viene. A Dio, fate silenzio.