IdT – Les idées du théâtre


 

Dédicace

L’Ulisse errante

Badoaro, Giacomo

Éditeur scientifique : Cristiani, Chiara

Description

Auteur du paratexteBadoaro, Giacomo

Auteur de la pièceBadoaro, Giacomo

Titre de la pièceL’Ulisse errante

Titre du paratexteAl Signor Michel’Angelo Torcigliani

Genre du texteDédicace

Genre de la pièceOpera musicale

Date1644

LangueItalien

ÉditionVenezia, Gio. Pietro Pinelli, 1644, in 12°. (Lien vers l’édition numérisée bientôt disponible)

Éditeur scientifiqueCristiani, Chiara

Nombre de pages24

Adresse sourcehttp://www.braidense.it/rd/01856.pdf

Fichier TEIhttp://www.idt.paris-sorbonne.fr/tei/Badoaro-Ulisse-Dedicace.xml

Fichier HTMLhttp://www.idt.paris-sorbonne.fr/html/Badoaro-Ulisse-Dedicace.html

Fichier ODThttp://www.idt.paris-sorbonne.fr/odt/Badoaro-Ulisse-Dedicace.odt

Mise à jour2015-05-08

Mots-clés

Mots-clés français

GenreDramma per musica ; tragédie à fin heureuse ; genres hybrides

SourcesHomère, Odyssée

SujetInventé / imité ; modification de la source ; excès de la matière

DramaturgieDivision en actes ; critique des règles ; vraisemblable / invraisemblable ; dénouement heureux

TempsUnité

ActionUnité

Personnage(s)Ulysse

Relation œuvre / personnageUlysse comme centre d’intérêt (unité)

ScenographieChangement des décors ; Giacomo Torelli

ReprésentationMusique de Francesco Sacrati

FinalitéDivertissement ; finalité de la tragédie (plaisir du public)

AutreAnciens et modernes

Mots-clés italiens

GenereDramma per musica ; tragedia a lieto fine ; generi ibridi

FontiOmero, Odissea

ArgomentoInventato / imitato ; alterazione della fonte ; eccesso di materia

DrammaturgiaDivisione in atti ; critica delle regole ; verosimile / inverosimile ; lieto fine

TempoUnità

AzioneUnità

Personaggio(i)Ulisse

Opera e PersonaggioUlisse come centro dell’interesse (unità)

ScenografiaMutazioni delle scene ; Giacomo Torelli

RappresentazioneMusica di Francesco Sacrati

FinalitàDivertimento ; finalità della tragedia (piacere del pubblico)

AltriAntichi e Moderni

Mots-clés espagnols

GéneroDramma per musica ; tragedia con final feliz ; géneros híbridos

FuentesHomero, Odisea

TemaInventado ; imitado ; modificación de la fuente ; exceso de la materia

DramaturgiaDivisión en actos ; crítica de las reglas ; verosímil / inversosímil ; desenlace feliz

TiempoUnidad

AcciónUnidad

Personaje(s)Úlises

Obra y personajeÚlises como centro de interés (unidad)

EscenografiaCambio de los decorados ; Giacomo Torelli

RepresentaciónMúsica de Franceso Sacrati

FinalidadEntretenimiento ; finalidad de la tragedia (gusto del público)

OtrasAntiguos y modernos

Présentation

Présentation en français

Conformément à l’usage en vigueur chez les librettistes vénitiens des années 1640, Giacomo Badoaro livre une réflexion théorique sur le théâtre en musique et sur la création littéraire du texte théâtral dans une lettre préfacielle adressée à son ami Michelangelo Torcigliani, membre comme lui de l’Académie des Incogniti de Venise. En se confrontant aux principales positions théoriques de l’époque, l’auteur aborde la question de la fidélité aux trois unités d’Aristote, comme présupposé incontournable de la composition d’une pièce de théâtre. D’un côté, il montre l’impossibilité d’y adhérer à cause du spectacle particulier que constitue l’opéra, et, de l’autre, il défend l’évidente nécessité de renouveler les critères théoriques de référence, dans un dialogue constant avec l’autorité aristotélicienne et avec les réflexions des librettistes contemporains. Le changement de goût et l’exigence de satisfaire le public sont les observations centrales du propos de Badoaro, qui rappelle le primat de l’œuvre théâtrale sur la spéculation théorique, au point d’observer combien Aristote lui-même, s’il devait écrire sa Poétique à l’époque présente, aurait édicté des règles bien différentes de celles que l’on connaît, en adhérant « à l’inclination du siècle ». Le problème du rapport entre les Anciens et les Modernes se pose plus que jamais dans les considérations du dramaturge, qui revendique à maintes reprises la liberté créatrice de son temps eu égard aux injonctions du passé, qui risquent de se révéler comme « une raison d’État combattue par l’intérêt et par le temps », comme le souligne l’auteur lui-même dans un style très incisif. Badoaro, du reste, précise dès le début que la finalité de l’écriture est son propre plaisir, unique aspect auquel ses études le « tiennent obligé ».

Présentation en italien

In linea con l’uso invalso tra i librettisti veneziani degli anni quaranta del Seicento, Giacomo Badoaro stende una riflessione teorica sul teatro per musica e sulla creazione letteraria del testo teatrale in una lettera prefatoria all’amico Michelangelo Torcigliani, membro come lui dell’Accademia degli Incogniti di Venezia. Confrontandosi con le principali posizioni teoriche dell’epoca, l’autore affronta la questione della fedeltà alle tre unità aristoteliche quale requisito irrinunciabile per la composizione di un’opera teatrale dimostrando, da un lato, l’impossibilità di aderirvi a causa del peculiare spettacolo che il melodramma costituisce, e facendosi promotore, dall’altro, di un’evidente necessità di rinnovamento dei criteri teorici di riferimento, in un dialogo costante con l’autorità aristotelica e con le riflessioni dei librettisti a lui contemporanei. Il cambiamento del gusto e l’esigenza di soddisfare il pubblico sono le osservazioni al centro della dissertazione di Badoaro, che richiama il carattere prioritario dell’opera teatrale rispetto alla speculazione teorica, fino ad osservare come lo stesso Aristotele, trovandosi a scrivere la sua Poetica in epoca presente, avrebbe fissato regole alquanto diverse rispetto alle note, aderendo « all’inclinazione del secolo ». Il problema del rapporto tra gli antichi e i moderni si pone più che mai nelle considerazioni del drammaturgo, che rivendica a più riprese la libertà creativa del presente secolo rispetto alle ingiunzioni del passato, che rischiano di rivelarsi « una ragione di Stato combattuta dall’interesse, e dal tempo », come l’autore stesso sottolinea con indiscutibile incisività. Badoaro del resto chiarisce fin dall’inizio che il fine del comporre è il proprio compiacimento, solo aspetto cui i suoi studi lo « tengono obbligato ».

Texte

Al Signor Michel’Angelo Torcigliani1

L’Assicurato Accademico Incognito2

{5} Dal discorso avuto con Vostra Signoria intorno al mio Ulisse Errante3 e dalla varietà de’ pareri, ch’ odo venirne data da alcuni, si contenterà, ch’io prenda occasione di trattenerla alquanto con questa lettera. Chi usa, Signor Torcigliani mio4, a comporre senz’altro fine, che di lusingar il proprio genio, ha adempita la maggior parte de’ suoi obblighi, quando abbia soddisfatto se stesso. Basterebbe per far sapere a che fine ho composto l’Ulisse Errante, il dire, ch’io non cerco di portare né gloria a me stesso, né esempio agli altri. I miei studi, che a niente mi tengono obbligato, fuori che al mio compiacimento, mi hanno posto in pensiero quest’opera, la quale, quando non sia {6} biasimata da’moderni auditori, poco son per curarmi, se non fosse fra le approvate dagli antichi scrittori. Hanno gli Antichi prescritte in molte cose le regole, perché si tenevano a gloria, che ‘l mondo si fermasse ne’ loro precetti, e forse agli uomini del venturo secolo restasse levata la facoltà dell’inventare. Chi vuol sottoscrivere in tutte le cose questa legge, lo faccia ; io per me la chiamo una ragione di stato combattuta dall’interesse, e dal tempo. Infelice secolo, se l’orme de’ passati obbligassero il nostro piede ad un inalterabil cammino ; ben potrebbe chiamarsi questa l’età de’ ciechi, che non sanno se non essere guidati5. Faccia pur’ ella palesi i sensi di questa lettera, acciò l’errore di coloro, che non sanno dire, se non quel che dissero gli altri, non porga ad alcuno materia di perturbarsi. Feci già molti anni rappresentare Il ritorno d’Ulisse in patria6, dramma cavato di punto da Omero, e raccordato per ottimo da Aristotele nella sua {7} Poetica, e pur’ anco all’ora udii abbaiar qualche cane, ma io non fui però tardo a risentirmene co’ sassi alle mani. Ora fo vedere l’Ulisse Errante, ch’è in sostanza dodici libri dell’Odissea d’Omero : in parte ho diminuiti gli episodi, in parte ho aggrandito il soggetto con invenzioni per quanto mi parve il bisogno7, non dilungandomi8 però nell’essenza dalla rappresentata istoria9. Se dirà alcuno, che non era soggetto da portarsi in scena, io dirò di sì, sperando che tosto udito che l’abbia, sia per cangiarsi d’opinione. Se dirà, che sono più azioni10, io dirò che l’ho detto prima di lui, e ciò potrassi agevolmente vedere nelle divisioni di esse, che a questo effetto io gliele mando qui accluse. In riguardo agli accidenti, che occorrono viaggiando ad Ulisse, sono, è vero, più azioni ; ma in riguardo alla intenzione del viatore, che è di girne in patria, non è che una sola. La favola, com’ ella sa, vuol’esser’ « una unius ». Una dunque è la mia favola, perché d’unità {8} materiale è sempre Ulisse, d’unità formale è sempre errore11 : né i molti errori fanno molte favole, ma molte parti di favola che la costituiscono azione tutta una, e grande, come ricerca Aristotele12. Se queste ragioni piacciono, s’accettino : se no, dicasi c’ho voluto rappresentare gli accidenti più gravi, occorsi ad Ulisse nel gir’ in patria. Quelli, che di propria invenzione si fabbricano i soggetti, fanno ottimamente a camminare con la puntuale osservazione delle regole ; poiché stando ad essi la eletta, prudentemente operano, se vanno con la comune. Ma chi s’obbliga all’individuo d’una istoria, non può assumerla senza la particolarità di quegli accidenti, che necessariamente la accompagna. Non sarebbe errante Ulisse, se viaggiando non ritrovasse diversità di paesi ; e se cangiando i paesi, non si mutassero i personaggi, sarebbe un fabbricarsi un mondo fuori della natura a capriccio13. Ho voluto dunque rappresentar gli errori d’Ulisse, e tanto ba{9}sti : se per ciò fare ho ricercata la migliore strada, non può alcuno appuntarmi. Quest’opera portava necessariamente l’uscir delle regole, io non lo tengo per errore, e s’altri pur vuole ch’egli sia, sarà errore di voluntà, non d’inavvertenza. I mostri sono difetti della natura, perché nascono fuori della sua intenzione ; i giganti non sono difetti, né mostri, benché si levino dalla comune misura degli altri uomini, ma nascono tali per eccesso di materia. Se dirassi, che questa opera sia un mostro, dirò di no ; se dirassi, che ‘l soggetto ecceda la comune dell’altre tragedie, dirò che è un gigante nato per eccesso di materia, e non contra la mia voluntà. Se vorrà affermar un bell’ingegno, che di questo soggetto poteva farne cinque opere, io le rispondo, ch’ è vero, ma non le ho fatte, perché ho voluto, e saputo farne una sola. Replicherà, che il soggetto è più da epopea che da tragedia, ed io le dico, che chi vorrà leggerlo in epopea anderà nell’Odissea d’O{10}mero, e chi vorrà sentirlo in tragedia, venirà nel teatro dell’Illustrissimo Signor Giovanni Grimani, dove in poco tempo, e con minor fatica lo vedrà più pomposo comparire sopra le scene14. Potrei aggiungere, che i precetti della Poetica non sono come le proposizioni matematiche, certi, e permanenti : non sono certi, perché hanno in essi vagato anco gli Antichi, non accordandosi tra di loro circa la quantità de’ personaggi, le uscite di quelli limitate da alcuni al numero di cinque, le proibizioni di parlare agli spettatori, ed anco circa la necessità del prologo, che pure rimane con l’altre indecisa. Per il tempo, che deve misurare il soggetto, vollero alcuni concedere otto ore, e non più, altri un giro di sole, alcuni due giorni, altri tre, e pure queste incerte regole non sono state sempre osservate da Eschilo, da Euripide, e da Sofocle, mentre in alcuni loro soggetti scorrono i mesi, e gli anni ; altri dissero, che bastava assai, che la {11} favola potesse essere abbracciata da un riflesso di memoria senza fatica, ed a quest’opinione io potrei appigliarmi15. Non sono poi permanenti i precetti della Poetica, perché le mutazioni de’ secoli fanno nascer le diversità del comporre, che però la tragedia ne’ suoi primi giorni era recitata dal poeta solo tinto il volto delle vinaccie ; dipoi v’introdussero i personaggi, e le maschere, indi vi aggiunsero i cori, la musica, i suoni, le mutazioni di scena, in luogo de’ cori i balli, e forse per l’avvenire col cambiare dell’età vedranno i nostri posteri introdotte nuove forme16. Erano in queste detestate una volta le variazioni di loco, ed al presente per dare soddisfazione all’occhio, pare precetto ciò che all’ora era proibito, inventandosi ogni giorno maggior numero di cambiamenti di scene. Niente si cura al presente per accrescer diletto agli spettatori il dar luogo a qualche inverisimile, che non deturpi la azione : onde vedemo, che {12} per dar più tempo alle mutazioni delle scene, abbiamo introdotta la musica, nella quale non possiamo fuggire un’inverisimile, che gli uomini trattino i loro più importanti negozi cantando ; inoltre per godere ne’ teatri ogni sorte di musica, si costumano concerti a due, tre, e più, dove nasce un altro inverisimile, che essi favellando insieme possano impensatamente incontrarsi a dire le medesime cose. Non è dunque maraviglia, se obbligandoci noi al diletto del genio presente, ci siamo con ragione slontanati dall’antiche regole17. Sapeva Monsignor Leoni (soggetto di molta dottrina, e gran stima) che stando nelle proposizioni degli Antichi non poteva comporre una tragisatiricomica, e pure stampò la Roselmina, e ne riportò molta lode ; ciò ch’ egli fece dire in sua difesa, vedasi nel prologo della detta, che servirà anco nel presente mio caso18. E Vostra Signoria parimente, in quel suo dramma, di cui mi comunicò alquante scene, tenendo un sentie{13}ro, né da alcuno de gli Antichi, né de Moderni calcato, con nuovo e meraviglioso ritrovamento non fa vedere, che un componimento tragico, che pure ha per soggetto il lagrimevole, può esser lieto in se stesso, mentre, oltre l’aspettazione, e quasi che non dissi il possibile, fa risultare dall’orrido il dilettevole19? Il Tassoni20 in altro genere unendo mirabilmente il comico con l’eroico ha composto un lodabile mostro, che ne porta appresso tutti i letterati gli applausi : onde in ogni tempo si è veduta aperta la strada dell’inventare, non tenendo noi altro obbligo circa i precetti degli Antichi, che di saperli. È vero, ch’ è anco stata sempre libera la penna de bel’ingegni nell’opponere alle altrui composizioni, che però avrà ella veduto il Tasso, e l’Ariosto nell’epico21, Il pastor Fido22, e la Canace23 nel drammatico, e sino la canzone del Caro24 nel lirico opposta. Posso dire inoltre, che le cose tutte prendono il suo essere dal fine, a che sono indirizzate. I primi com{14}ponevano le tragedie per avvertir dolcemente i tiranni de’ loro difetti, ed insieme per suscitare i popoli ad odiare la tirannide, ed amare la libertà ; per questo studiavano d’accrescere in loro oggetti dolorosi, e di morte. Dopo, che più non aveano luogo le crudeltà de’ tiranni, si è abbandonata questa sorte di tragedia, e si è trovato un’altro modo di comporre, che serve non a contristar gli animi, ma a rallegrarli, e queste sono le tragedie di lieto fine25. Per colpir bene è fatto lecito abbandonar la puntualità degli Antichi, alterare in qualche parte il soggetto, accrescere le invenzioni, ed insomma portare in qualche modo gli animi alla maraviglia, ed al diletto con lo sforzo maggiore dell’arte26. Alcuni camminando dietro all’eccesso hanno introdotto il ridicolo con indecoro, altri il licenzioso ; i primi riportandone poca lode, gli ultimi molto biasimo. I geni di questa città (che non si appagano più delle cose buone, quando sieno {15} ordinarie) danno che pensare agl’ingegni, per fabbricar cosa di loro gusto27. Io non volendo abbandonare il costume, o decoro, stimato da me necessarissimo in siffatte composizioni, ho voluto più tosto, staccandomi dalle regole non d’invenzione o capriccio, ma con la scorta del primo poeta della Grecia battere una strada, non da altri calcata, sicuro, che se vivesse Aristotele ne’presenti tempi, regolarebbe anch’egli la sua Poetica all’inclinazione del secolo : anzi che, quando egli dice che di tali azioni non vi è finalmente altro giudice, che l’applauso, dà la sentenza per me ; poiché è verissimo, che non si possono aver questi applausi, se non s’incontra felicemente nell’universal genio de’ spettatori28. A questo passo potrei dire, che gli scrittori hanno cavati i precetti dall’uso de’ poeti, onde prima è stata la tragedia, e poi la Poetica : Aristotele la cavò da Sofocle, e da Omero ; e se questi avessero in altra maniera com{16}posto, con altri precetti sarebbe uscita la Poetica. Niente però è maraviglia, che la Poetica d’Aristotele contenga quei precetti, che venivano comandati dall’uso di que’ secoli : né per questo si dee conchiudere, che mutati i tempi non si possino anche mutare i modi del comporre29. Aggiungo, che per confessione universale non si è trovata la Poetica d’Aristotele tutta intera, e perfetta ; onde se fosse a nostra notizia il rimanente, vedressimo per avventura altri precetti che ne assicurarebbero della libertà, che per mio senso tiene il discreto compositore. Vedasi dunque l’opera, e quando abbia fortuna ella di bene incontrare, non mi tassi altri con le regole ; poiché la vera regola è soddisfare a chi ascolta30. Se gl’ingegni ritroveranno qualche intoppo, ne incolpino la strada non piana, per non esser battuta dagl’altri : ma non restarono31 gli Antichi di adorare quegl’idoli, che tenevano i loro tempi sopra le cime de’ monti. Fu Il ritorno {17} d’Ulisse in patria decorato dalla musica del Signor Claudio Monteverde soggetto di tutta fama, e perpetuità di nome, ora mancherà questo condimento ; poiché è andato il gran maestro ad intuonar la musica degli angeli a Dio32. Si goderanno in sua vece le gloriose fatiche del Signor Francesco Sacrati33, e ben’era di dovere, che per veder gli splendori di questa luna, tramontasse prima quel sole. Avremo per ordinator di macchine, e di scene il nostro ingegnosissimo Torelli34, che col suo impareggiabil valore gli anni addietro ha di già guadagnata la grazia, e l’affezione universale di tutti. Le comparse, e gli abiti saranno regolati da chi sa, e da chi può. Nel resto, se per il mio particolare si ritroverà qualche sconcio, sappia ognuno, che a comporre m’invita non l’altrui lode, ma il mio proprio trattenimento, e di mille pensieri, che del continuo m’agitano la mente non mai oziosa, questo è il minore. Ella intanto, per {18} esser meco uniforme di sentimenti, sostenga le mie con le sue proprie opinioni, pregandola per ovviare a’disordini che suol portar seco la scena, che voglia involar tanto di tempo alle sue virtuose occupazioni, onde resti favorita l’opera della sua assistenza, nella cui donazione, come in quella parimente di me stesso, riconosca la stima ch’io faccio della sua virtù, e l’affetto insieme, di cui sono tenuto alla gentilezza di V. S. alla qual bacio cordialissimamente la mano.